Illuminismo: scheda di lettura Diderot e Voltaire sulla visione dell’altro mercoledì, Giu 11 2008 

 Abbiamo la fortuna di poter pubblicare questo lavoro sull’Illuminismo redatto da un nostro affiliato. L’autore ha tentato, osiamo dire con successo, di fare un interessante confronto tra due scrittori di quel periodo. Non ci resta quindi che augurare buona lettura facendo notare che su richiesta si può ricevere l’opera anche in formato Pdf.

 1,Voltaire, opere trattate:

  • L’America ( titolo originale: Essai sur les moeurs et l’esprit des nations)

 2.Diderot, opere trattate:

  • Supplemento al viaggio di Bougainville ( 1771)

 

Presentazione e commento delle opere:

1.L’America, Voltaire

La tesi generale di Voltaire è che non conveniva la conquista dell’America: non agli americani originari, e questo è di immediata percezione. Ma neppure agli europei. Gli scritti sull’America di Voltaire sono compresi – come un compatto trattato o un dizionario nell’Essai sur les moeurs et l’esprit des nations, al quale il filosofo si era dedicato con un esplicito programma intellettuale: «Mi sembra che abbiamo considerato la storia soltanto alla stregua di una compilazione cronologica. Mi sono sforzato di fare, come meglio ho potuto, la storia dei costumi, delle scienze, delle leggi, delle usanze e delle superstizioni. Vedo quasi esclusivamente storie di monarchi, voglio storie di uomini». Come confronto polemico, Voltaire ha dunque quella storiografia dominante che è sempre, come diceva Petrarca, «elogio di Roma»: la storia celebrativa, degli splendori, delle gesta, delle cronache e degli annali. E i materiali da cui parte per scrivere sull’America (di antropologia, di geografia umana, di etnologia, di sociologia, oltre che di storia politica) sono solo i documenti che riflettono le opinioni ufficiali del tempo, le memorie, i libri, le immagini a stampa: e tale ne doveva essere la sensazione di enormità che il suo trattato diventa una galleria delle sciocchezze sull’America (ognuna delle quali nasconde ingiustizia) e delle sue sarcastiche risposte, sfociando nel razzismo, che assumono una connotazione schizzofrenica se le si paragona ai giudizi espressi da Voltaire nel Candido, i concetti si antepongono decisamente. Le risposte sarcastiche derivano dal fatto che Voltaire, si fornisce da fonti antiche e gli aristocratici illuministi si aspettano che dai viaggi risulti proprio quello descritto dai libri. L’aristocrazia, vivendo isolata, visto che i ceti sociali non entravano mai in contatto tra di loro, aveva una percezione della realtà distorta, quindi i trattati sull’America di Voltaire risultano basati su stereotipi, pregiudizi dategli dal tipo di fonti già citato in precedenza. A togliere per noi ogni alone ideologico ai concetti di tolleranza, ragione e libero pensiero, e darne la misura concreta di rifiuto e di sconcerto per i luoghi comuni dominanti.

Citazione: (Essai sur les moeurs et l’esprit des nations), CLVX, vol. II, pp. 334-35

Gli abitanti delle isole di questo continente erano una specie nuova di uomini: nessuno di loro aveva la barba. Essi furono altrettanto stupiti del viso degli Spagnoli quanto dei vascelli e dell’artiglieria; in un primo momento considerarono quei nuovi ospiti come mostri, o come dèi che venivano dal cielo o dall’oceano. Noi imparammo allora, attraverso i viaggi dei Portoghesi e degli Spagnoli, quanto piccola sia la terra. Si era riscontrato che nell’Indostan vi erano razze di uomini gialli. I neri, distinti a loro volta in parecchie specie, si trovavano in Africa e in Asia abbastanza lontani dall’equatore; e quando poi si penetrò in America fin sotto la linea equatoriale, si vide che la razza è colà abbastanza bianca. Gli indigeni del Brasile sono del colore del bronzo. I Cinesi sembravano ancora una specie interamente differente per la conformazione del naso, degli occhi e degli orecchi, per il colore e forse anche per l’ingegno; ma ciò che si deve sottolineare maggiormente è che, in qualsiasi regione queste razze siano trapiantate, non cambiano affatto se non si mescolano agli indigeni del paese. La membrana mucosa dei Negri, che è stata trovata nera ed è la causa del loro colore, è una prova manifesta del fatto che in ciascuna specie di uomini, come nelle altre piante, c’è un principio che la differenzia dalle altre. La natura ha subordinato a questo principio quei differenti gradi di ingegno e quei caratteri delle nazioni che vediamo cambiare così raramente. Per questo i Negri sono schiavi degli altri uomini. Vengono acquistati sulle coste dell’Africa come se fossero bestie, e quelle masse di negri, trapiantati nelle nostre colonie dell’America, servono un ristrettissimo numero di europei. L’esperienza ha inoltre dimostrato quanta superiorità abbiano gli Europei sugli Americani i quali, facilmente vinti dappertutto, non hanno mai osato tentare una rivoluzione, per quanto fossero più di mille contro uno.1


2. Supplemento al viaggio di Bougainville, Diderot

 

Nel 1766-69 il navigatore francese Bougainville aveva compiuto un viaggio di circumnavigazione del globo terrestre scoprendo numerosi arcipelaghi della Polinesia e aveva poi raccontato la sua esperienza nel “Viaggio intorno al mondo” (1771) che è una critica radicale ai fondamenti culturali ed etici della civiltà europea del tempo. Il testo è scritto nella forma del dialogo tra il vecchio saggio di Tahiti e Bougainville. Diderot denuncia l’etnocentrismo, la tendenza degli europei di credersi superiori a ogni altro gruppo etnico legittimandola tramite stereotipi e pregiudizi, e l’etnocidio, la tendenza a distruggere e a sottomettere ogni altro gruppo etnico distruggendo il suo relativo patrimonio culturale. Diderot, allo stesso tempo, presenta come modello la comunità tahitiana come vicina allo stato di natura (vedi il mito del “buon selvaggio”), basata sulla parità uomo-donna, sulla comunità dei beni, l’eguaglianza, la libertà sessuale e l’autogoverno.

Lo scopo principale di quest’opera di Diderot è in realtà di pronunciare un’aspra invettiva anticolonialistica, il conflitto tra uomo “artificiale e morale” e l’uomo “naturale”. Il testo consiste in un dialogo tra 2 personaggi (A e B), nel cui discorso si innesta un altro dialogo, tra il cappellano della spedizione di Bougainville e Orù, un selvaggio tahitiano. Diderot costruisce sapientemente un dibattito per discutere il tema principale del libro, la superiorità o meno dello stato di natura rispetto a quello civilizzato.

 

Piangete, poveri Tahitiani! Piangete, ma per l’arrivo, non per la partenza di questi uomini ambiziosi e malvagi. Un giorno li conoscerete meglio, un giorno torneranno col pezzo di legno che vedete legato alla cintura di questo in una mano e il ferro che pende dal fianco di quello nell’altra, per incatenarvi, sterminarvi, sottomettervi alle loro stravaganze e ai loro vizi. Un giorno sarete loro servi, corrotti, vili, infelici come loro. […] Il Tahitiano di cui vuoi impadronirti come di un bruto è tuo fratello, siate entrambi figli della natura. Che diritto hai su di lui che egli non abbia su di te?”2


Diderot fa dire questo monologo al vecchio saggio nel primo capitolo che in realtà non è mai avvenuto, secondo quanto riporta Bougainville nel suo “Viaggio intorno al mondo”. Si tratta di un’ invenzione espressa allo scopo di elogiare, anche se indirettamente, la vita naturale condotta dai Tahitiani rispetto a quella dei conquistatori.

 

 

 

Confronto :

Il confronto è molto forte sul tema del razzismo nel quale Voltaire divide la specie umana in diverse razze, classificandole come superiori e inferiori mentre Diderot, facendolo dire al vecchio saggio tahitiano, afferma l’uguaglianza di tutte le razze, ponendo ogni individuo come figlio della natura. La soluzione per Diderot sta dunque nel trovare una via di mezzo tra la società civilizzata, che tenderà al ritorno allo stato primitivo senza mai raggiungerlo, e la società naturale che indubbiamente progredirà. Diderot insulta l’uomo civilizzato degradato, corrotto ed elogia l’uomo selvaggio perchè conduce una vita più conforme alle legge naturale. La civiltà perfetta per l’autore è dunque l’unione di questi due stili di vita, in conclusione ritiene l’uomo naturale, in un certo senso, molto progredito. Voltaire ritiene queste popolazioni prive di qualunque interesse per gli europei, sono dotati di una ragione imperfetta, tanto che conquistarli non è di nessun beneficio secondo Voltaire per gli europei e in più essendo incapaci di rivoltarsi pur trovandosi in rapporto di mille contro uno, in sostanza, meritano solo di essere trattati come animali, e dunque classificati come essi, e di essere deportati e schiavizzati. Diderot e Voltaire dissentono sul fatto che possa esistere una razza umana superiore ad un’altra. Voltaire vede le razze inferiori, ritenute da lui inferiori rispetto alla civiltà europea, come una possibile risorsa da sfruttare, ma di infima qualità per la quale, secondo Voltaire, non vale la pena conquistarla, benché sia facile. Diderot, d’altro canto, invece vede i selvaggi come un modello di vita naturale assolutamente da recuperare e da fondere con il modello di vita civilizzato. La soluzione per una società perfetta sta nel mezzo tra la vita naturale e civilizzata, nella quale si tenta, ma vanamente di conciliare i 3 codici morali, quello naturale, più vicino ai Tahitiani, quello religioso e quello civile, più vicini agli europei.

Un punto in comune in Voltaire e Diderot, è una certa diffidenza nel modo di porsi alla religione, quest’aspetto è più forte in Diderot. Diderot sostiene, difendendo i Tahitiani tramite una visione utilitaristica del sesso, che è l’atto di procreazione e l’accrescimento della popolazione di Tahiti a dominare e non l’astratto e corrotto godimento individuale. Per cui si deduce che una religione che non permette di godere di questo piacere, se impedisce la procreazione, per bocca dei Tahitiani assume una forte connotazione negativa, dunque la religione è fortemente contraria, non è conforme alla legge di natura. Voltaire riteneva la religione un fatto negativo, non principalmente per i costumi e l’etica morale, ma piuttosto per la politica, infatti Voltaire, oltre ad essere uno dei grandi fautori della tolleranza religiosa, condanna aspramente il fanatismo religioso e ne dava la seguente definizione: “ Patologia dello spirito che consiste nel non sapere uscire dal punto di vista infantile e che considera se stesso al centro della realtà. Voler convincere gli altri a tutti i costi che la mia idea è giusta, è il prolungamento in età adulta dell’egocentrismo del bambino. Quando questo infantilismo dispone di poteri politici, sociali e militari diventa la più grande minaccia del mondo moderno”. Voltaire deplorava l’intromissione della religione nelle questioni politiche, dunque le guerre e conquiste dettate dall’intolleranza religiosa, che si contrappone alla sua considerazione della divisione delle razze. La religione è il punto massimo di coesione delle teorie di Voltaire e Diderot anche se il grande tema di discussione rimane l’uguaglianza delle razze, capovolgendo il concetto di progresso, ossia inteso come un alto tasso di conformità alla legge naturale, e il razzismo di Voltaire che le divide ritenendole, dalla superiore alle inferiori, e analizzandole le paragona a animali, a uomini dotati di una ragione imperfetta, privi di qualsiasi interesse per la conquista e talmente stupidi da farsi schiavizzare, pur essendo in forte superiorità numerica.

 

Conclusione:

Progredire vuol dire conformarsi alla legge naturale, raggiungere la felicità (vedi mito del buon selvaggio), mentre la civiltà scaglia l’uomo in un abisso senza fine, continua a regredire allo stato primitivo, secondo Diderot.

Secondo Voltaire invece, la società superiore è quella sì civilizzata dal morbo del fanatismo religioso, ma non della religione nella sua totalità e per questo predica la tolleranza religiosa.

Le altre civiltà sono chi più o chi meno di scarto per i molti motivi elencati all’interno del lavoro, dotate di scarse capacità intellettive, dedite solo ai desideri della carne, cannibali, paragonate a animali per la peggiore delle razze.

 

Bibliografia tematica:

 

Libri:

 

  • Voltaire, L’America, Sellerio, Palermo, 1991

  • Denis Diderot, Supplemento al viaggio di Bougainville, Laterza, Roma, 1993

  • Giuliano Gliozzi, Differenze e uguaglianza nella cultura europea moderna: scritti 1966-1991,Vivarium, Napoli, 1993

  • Giuliano Gliozzi, Le teorie della razza nell’età moderna, Loescher, Torino, 1986

 

Altre fonti:

 

  • Lorenza Visetti, Bougainville e il mito di Tahiti, Lavoro di maturità di italiano, anno scolastico 2007/2008

Note:

1 Il brano è tratto da “Le teorie delle razza nell’età moderna”, Giuliano Gliozzi, 15. Voltaire: difformità fisica e gerarchia morale, pp. 169-170

 

2 Supplemento al viaggio di Bougainville, Diderot, pp.13

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Una frase dal SIDDHARTA di Hermann Hesse giovedì, Mag 29 2008 

“Quando qualcuno cerca, allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, fuori da quella che cerca.” (p.184, Cap. Govinda)

Hermann Hesse nacque a Calw, nel Baden-Württemberg, nel 1877. Era figlio di un missionario. È forse stata la vita del padre ad avvicinarlo alle filosofie orientali. Un’altra sua passione erano le teorie psicanalitiche. Nel 1923 diventò cittadino svizzero e nel 1946 ricevette il premio Nobel. Morì nel 1962 a Montagnola.
Le sue prime opere, riconducibili al neoclassicismo, risalgono ai primi anni del Novecento: Peter Camenzind (1904) e Sotto la ruota (1906). Invece i racconti Demian (1919), Siddharta (1922), Il lupo della steppa (1927), Narciso e Boccadoro (1930) e Il gioco delle perle di vetro (1943) trattano la crisi di valori insorta dopo la Grande Guerra, il rifiuto di una società troppo tecnologica e la ricerca per nuova spiritualità più profonda. La sua opera più nota è il racconto trattato.
(Fonte: Enciclopedia Zanichelli ’03)

Il protagonista è un uomo che cerca di vivere interamente la propria vita perseguendo la felicità e l’equilibrio interiore alla scoperta del proprio Io, da esperienza in esperienza.
Per capire meglio il racconto aiutano un paio nozioni sul personaggio: il protagonista fa parte della casta dei Brahmini, l’élite della società indiana. È un giovane dall’aspetto attraente quando lascia la sua casa e la famiglia senza mai più rivederle, per trovare la via che porta alla felicità. Ben presto però scopre che non era una persona come le altre: le persone comuni (chiamate “uomini-bambini”) hanno la capacità di amare, lui invece ne è privo. Non poter amare rende anche difficile il rapporto tra lui e suo figlio. Alla fine del romanzo il saggio Siddharta è già a età avanzata.

Lo scrittore nel redigere il romanzo si è ispirato ad Siddharta Gautama, appartenente alla famiglia Kusinagara, principe erede al trono, che all’età di trent’anni abbandonò la famiglia per cercare una via di salvezza.

La ricerca della felicità di Siddharta è l’argomento principale del romanzo. Per raggiungere lo scopo, il protagonista deve compiere molte scelte, le quali lo porteranno a vivere in diverse caste e molte vesti dell’India del VI sec. a. C. : dai vagabondi Samana ai sacerdoti Brahmini. Scopre molte regole, ma non segue mai una dottrina. È dell’opinione che la saggezza non è comunicabile e che ognuno deve scoprire il proprio cammino.
La frase viene espressa al finale del racconto, quando il protagonista, appagato, perché ha trovato la felicità, incontra per la terza volta l’amico Govinda, segnato dalla continua ricerca. I due amici si lasciano quando quest’ultimo diventa discepolo d’un santo. Quando si ritrovarono di nuovo di fronte, Siddharta divide la sua sapienza con il compagno. Una di queste saggezze è la frase scelta.

La decisione è caduta sull’espressione di pagina 184, perché io concordo con questa opinione, anche se ne ho preso coscienza solamente nell’atto della lettura. È stata l’esperienza che mi ha portato a condividere lo stesso pensiero. Questo evento capita sia quando si cerca una cosa reale, sia una cosa virtuale. È importante essere consapevoli che cercare significa avere uno scopo, un movente che produce l’aspirazione a individuare ciò che si desidera. Il fine della ricerca impedisce di cogliere il richiesto, di assorbire l’esterno e di interagire con l’ambiente. La ricerca dovrebbe giovare a colui che cerca, ma il continuo badare alla propria missione porta a un turbamento psicologico, vale a dire il contrario della bramata calma e felicità. Trovare invece significa essere liberi, essendo la meta, la beatitudine, già raggiunta. L’assenza di uno scopo rende contenti e liberi da persecuzioni. Ciò mi fa prendere coscienza che tutti noi siamo cercatori e che la ricerca continua sempre.

Questo racconto mi ha illustrato un’altra religione, il Buddhismo, che prima non conoscevo. Non solo la religione, ma tutta la filosofia orientale mi ha colpito e fatto confrontare le loro usanze con le nostre. Mi accorgo che ci sono uguaglianze: anche nel Cristianesimo esistono Santi che rinunciarono al benessere per vivere in armonia e vicini a Dio (S. Nicolao della Flüe, S.Francesco d’Assisi).

Vecchio lavoro d’italiano concesso da un nostro membro.

LA FATTORIA DEGLI ANIMALI di George Orwell lunedì, Feb 18 2008 

L’interessante di questo racconto, secondo me, sono i personaggi, tutti metaforici. Il racconto é ambientato in una fattoria (Padronale) nella campagna inglese. La stessa é gestita in modo trascurato dal signor Jones, padrone di molte bestie. La fattoria ha perso il suo vecchio splendore a causa degli eccessi di alcol del signor Jones. I suoi animali sono abituati a una vita incerta: non hanno ore sicure per ricevere i pasti, le razioni sono tutt’altro che abbondanti, per gli animali da soma il lavoro é duro e, per chi non lavora, la vita é corta. Tutti gli animali sono sottomessi a causa dell’ignoranza e la mancanza dell’intenzione di voler cambiare qualcosa. Solo un maiale, il Vecchio Maggiore, vede, e comunica ai suoi compagni, l’esistenza, o meglio la possibilità di un’altra maniera di vivere; anche se sà che la sua vita sarà troppo corta per assistere a quest’altro mondo. Nel suo sogno raffigurava un modo di gestione della fattoria diverso dal solito, dove gli animali convivevano in pace e libertà collaborando e dividendosi il lavoro. Era nato l’Animalismo. Una volta morto il Vecchio Maggiore due dei suoi figli furono i subentranti delle sue idee; uno era Palla di Neve, molto loquace, vivace e ricco di inventiva. L’altro, invece era Napoleon, dall’aspetto molto feroce, poco comunicativo e ha la fama di voler sempre fare di testa sua. Esattamente due temperamenti diversi. Dopo la soppressione di Jones i due caratteri vanno a scontrarsi: mentre il primo progetta il futuro della comunità, il secondo é impegnato ad armarsi. Dopo non molto tempo Napoleon decise dieliminare Palla di Neve, che lo disturbava nel compimento dei suoi piani. Gli abitanti della fattoria, adesso chiamata “degli animali”, fin ora vivevano bene e seguivano le idee del Vecchio Maggiore. Ma da quando Napoleon possiede l’assoluto potere (grazie a una massiccia disinformazione a danno delle bestie), facendo eseguire gli ordini dai suoi violenti cani, il benessere degli animali peggiora, il lavoro aumenta e le razioni diminuiscono; fino a quando la situazione é più inquieta di quando c’era ancora il signor Jones. Più le condizioni peggiorano, più i maiali acquisiscono le abitudini degli umani, anche se questo va contro la morale dell’Animalismo.
Al finale della storia gli animali si accorgono che i maiali sono diventati uguali agli umani e che sono stati sfruttati dai compagni che avevano promesso libertà e benessere.
Le vicende in questo libro raccontano, nello stile di una fiaba classica, come degli animali si ribellano dai padroni umani e instaurano una società di uguali, che però non durerà molto. La causa sono i maiali, più intelligenti e bravi organizzatori di complotti e intrighi, che afferrano il potere sulla situazione annientando la fronda. Con il trascorrere del tempo i maiali si trasformano in riproduzioni di esseri umani con la scusa: “Tutti gli animali sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri”.
“La fattoria degli animali” é un racconto puramente critico e contrario al comunismo applicato in Russia da un regime totalitario. La fiaba rispecchia esattamente gli avvenimenti, tragici, che accadono attorno alla Rivoluzione russa. Con i personaggi rappresentati da animali l’autore voleva evitare la censura presente in quei anni (la seconda guerra mondiale); siccome l’URSS combatteva sul stesso fronte degli alleati,la Gran Bretagna non poteva ammettere la vendita di un libro anti-comunitsta. Le bestie hanno anche loro un rispettivo personaggio storico; ad esempio il cavallo Gondrano, uno delle più importanti figure del racconto, rappresenta A. G. Stachanov, instancabile minatore che segnò un primato nella quantità di carbone estratto individualmente e simbolo della propaganda comunista. Altri esempi sono: il Vecchio Maggiore che rappresenta Lenin o K. Marx (a seconda dall’interpretazione), Palla di Neve é relativo L. D. Trotzkij, il corvo Mosé alla Chiesa. Ma anche gli umani sono metaforici, il signor Jones é lo Zar, i suoi compagni (che lo aiutano nel tentativo di riconquistare la fattoria) sono i Paesi europei.
Orwell scrisse questo libro perché era deluso e volle criticare, anche se simpatizzava le idee progressiste, il modo di come le teorie di Marx vennero applicate in Russia; cioé con la violenza, la polizia segreta, la dittatura e la sottomissione della popolazione.
Il libro fu redatto tra il 1943 e il 1944, ma parecchi editori lo rifiutarono perché é, secondo loro, troppo critico in confronto al loro alleato e al stalinismo. Solo a guerra terminata la casa editrice Secker &Warburg gli pubblica il manoscritto. La versione in italiano é stata pubblicata da Arnoldo Mondadori Editore. Il scritto ha avuto un enorme successo ed é considerato un capolavoro letterario.