“Quando qualcuno cerca, allora accade facilmente che il suo occhio perda la capacità di vedere ogni altra cosa, fuori da quella che cerca.” (p.184, Cap. Govinda)

Hermann Hesse nacque a Calw, nel Baden-Württemberg, nel 1877. Era figlio di un missionario. È forse stata la vita del padre ad avvicinarlo alle filosofie orientali. Un’altra sua passione erano le teorie psicanalitiche. Nel 1923 diventò cittadino svizzero e nel 1946 ricevette il premio Nobel. Morì nel 1962 a Montagnola.
Le sue prime opere, riconducibili al neoclassicismo, risalgono ai primi anni del Novecento: Peter Camenzind (1904) e Sotto la ruota (1906). Invece i racconti Demian (1919), Siddharta (1922), Il lupo della steppa (1927), Narciso e Boccadoro (1930) e Il gioco delle perle di vetro (1943) trattano la crisi di valori insorta dopo la Grande Guerra, il rifiuto di una società troppo tecnologica e la ricerca per nuova spiritualità più profonda. La sua opera più nota è il racconto trattato.
(Fonte: Enciclopedia Zanichelli ’03)

Il protagonista è un uomo che cerca di vivere interamente la propria vita perseguendo la felicità e l’equilibrio interiore alla scoperta del proprio Io, da esperienza in esperienza.
Per capire meglio il racconto aiutano un paio nozioni sul personaggio: il protagonista fa parte della casta dei Brahmini, l’élite della società indiana. È un giovane dall’aspetto attraente quando lascia la sua casa e la famiglia senza mai più rivederle, per trovare la via che porta alla felicità. Ben presto però scopre che non era una persona come le altre: le persone comuni (chiamate “uomini-bambini”) hanno la capacità di amare, lui invece ne è privo. Non poter amare rende anche difficile il rapporto tra lui e suo figlio. Alla fine del romanzo il saggio Siddharta è già a età avanzata.

Lo scrittore nel redigere il romanzo si è ispirato ad Siddharta Gautama, appartenente alla famiglia Kusinagara, principe erede al trono, che all’età di trent’anni abbandonò la famiglia per cercare una via di salvezza.

La ricerca della felicità di Siddharta è l’argomento principale del romanzo. Per raggiungere lo scopo, il protagonista deve compiere molte scelte, le quali lo porteranno a vivere in diverse caste e molte vesti dell’India del VI sec. a. C. : dai vagabondi Samana ai sacerdoti Brahmini. Scopre molte regole, ma non segue mai una dottrina. È dell’opinione che la saggezza non è comunicabile e che ognuno deve scoprire il proprio cammino.
La frase viene espressa al finale del racconto, quando il protagonista, appagato, perché ha trovato la felicità, incontra per la terza volta l’amico Govinda, segnato dalla continua ricerca. I due amici si lasciano quando quest’ultimo diventa discepolo d’un santo. Quando si ritrovarono di nuovo di fronte, Siddharta divide la sua sapienza con il compagno. Una di queste saggezze è la frase scelta.

La decisione è caduta sull’espressione di pagina 184, perché io concordo con questa opinione, anche se ne ho preso coscienza solamente nell’atto della lettura. È stata l’esperienza che mi ha portato a condividere lo stesso pensiero. Questo evento capita sia quando si cerca una cosa reale, sia una cosa virtuale. È importante essere consapevoli che cercare significa avere uno scopo, un movente che produce l’aspirazione a individuare ciò che si desidera. Il fine della ricerca impedisce di cogliere il richiesto, di assorbire l’esterno e di interagire con l’ambiente. La ricerca dovrebbe giovare a colui che cerca, ma il continuo badare alla propria missione porta a un turbamento psicologico, vale a dire il contrario della bramata calma e felicità. Trovare invece significa essere liberi, essendo la meta, la beatitudine, già raggiunta. L’assenza di uno scopo rende contenti e liberi da persecuzioni. Ciò mi fa prendere coscienza che tutti noi siamo cercatori e che la ricerca continua sempre.

Questo racconto mi ha illustrato un’altra religione, il Buddhismo, che prima non conoscevo. Non solo la religione, ma tutta la filosofia orientale mi ha colpito e fatto confrontare le loro usanze con le nostre. Mi accorgo che ci sono uguaglianze: anche nel Cristianesimo esistono Santi che rinunciarono al benessere per vivere in armonia e vicini a Dio (S. Nicolao della Flüe, S.Francesco d’Assisi).

Vecchio lavoro d’italiano concesso da un nostro membro.

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